Il suo lavoro

Riproponiamo attraverso questo sito i testi che Angela Pascucci scriveva per il manifesto, perché riteniamo che abbiano una diversa longevità rispetto ai classici articoli di giornale; tutti i pezzi che selezioneremo hanno un valore storico e documentaristico, e alcuni sono ad oggi perfettamente attuali, nonostante gli anni trascorsi dalla loro stesura.

Come una delle tante megalopoli cinesi, anche questo sito è un cantiere, un work in progress, sempre in fieri. Un piccolo cantiere di storia contemporanea. Vi pubblicheremo a cadenza quindicinale due o tre interventi di Angela, scelti in base al tema o al periodo in cui furono composti.

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Inoltre, tradurremo in inglese i testi che ci paiono più interessanti dal punto di vista storico, giornalistico e sinologico, in modo da renderli accessibili anche ai lettori non italiani.

Negli ultimi anni della sua vita Angela si era attivata per realizzare un blog, o un sito, che archiviasse tutto il suo lavoro, passato e futuro. La malattia non le ha permesso di andare oltre le prime fasi preliminari; ci proviamo noi, ora, convinti dell’assoluto valore della sua visione.

Il team che lavorerà a questo blog è composto da: Gaia Perini (Coordinatore), Federico Picerni (Ricercatore), Vincenzo Naso (Consulente), Giulia Dakli (web manager).

Stati uniti e Cina,una coppia di fatto

Aggiornato il: 11 gen 2019


[di Angela Pascucci, 2009] Barack Obama sarà a Pechino il 15 novembre per la sua prima visita ufficiale in Cina da presidente degli Stati uniti. Dopo la valanga di riflessioni e analisi che hanno celebrato il compimento del suo primo anno alla Casa bianca, il focus si concentra ora sulla relazione più strana, intrigante e contraddittoria della storia economica, politica e diplomatica mondiale. Le immagini per definirla ormai abbondano: Chimerica, Americina, G2, «la strana coppia». Il più recente, «superfusion», è stato invece coniato dall’economista e uomo d’affari americano Zachary Karabell.


A indicare «una relazione unica diventata l’asse dell’economia mondiale», un agglomerato che costituisce ormai «un’economia intrecciata e integrata» la cui commistione è destinata a permanere. Ma le definizioni vanno e vengono, con alti e bassi che dimostrano quanto ancora sia difficile afferrare in pieno la complessità del rapporto. Lo stesso inventore del termine Chimerica, lo storico dell’economia Niall Fergusson, attribuisce oggi a questa immaginaria creatura dei tempi globali una parte della responsabilità per l’attuale crisi e tende a sottolinearne più i pericoli e le fragilità che le meravigliose sorti e progressive.


Su questo intreccio non facile da districare e sul quale le opinioni divergono spesso radicalmente appunta la propria attenzione l’ultimo numero della rivista di geopolitica LiMes, «La Cina spacca l’Occidente». Sulla «coppia di fatto», come viene definita, la monografia offre una serie articolata di analisi che dimostrano quanto variabile possa essere la geometria di questo rapporto, a seconda del punto di vista da cui si sceglie di guardarlo. Gli sguardi sono infatti molti, diversi ed acuti, come è abitudine metodologica della rivista, anche se, al dunque, emerge un’evidente propensione verso l’ascesa cinese. Non fosse altro perché questa sconvolge, in modi inediti, schemi obsoleti e rimette in circolo energie nuove. Il che è comunque sempre esercizio rischioso, quando la dimensione è planetaria e l’arte della governance in disgrazia. Sullo sfondo del «paso doble», a dettarne la musica, la crisi in corso e le sue prospettive, alle quali LiMes dedica un intero capitolo («Hai detto economia?»), che disseziona i perché, i come e le prospettive della recessione. In primo piano la specificità senza precedenti di questa «relazione strategica» che ha sostituito la deterrenza degli armamenti nucleari con un equilibrio del terrore finanziario che vede al centro gli oltre 2000 miliardi di dollari accumulati da Pechino attraverso il circolo perverso-virtuoso surplus cinese/indebitamento Usa.


Il requiem più impietoso è tuttavia dedicato all’Europa e all’Occidente che essa rappresenta. Esercizio di critica non nuovo, e sempre attuale, ma che John C. Hulsman, autore del saggio iniziale, porta alle estreme conseguenze dando l’Occidente per finito. Non che gli Usa siano in buona salute ma, nel loro stato di «relativo declino» aver scelto la Cina li salverà mentre all’Europa, «in assoluto declino», non rimane che diventare «un gradevolissimo museo». Quanto all’idea sovranazionale che l’Unione europea ha, malamente, incarnato, essa è stata, sempre secondo Hulsman, consegnata ai rottami della storia da una crisi che ha rilanciato con forza gli stati nazionali, convertiti, beninteso, agli spiriti animali del capitalismo puro.


Lo spirito della storia di hegeliana memoria è ormai trasmigrato da Ovest a Est, e su questo LiMes non esprime dubbi. Francesco Sisci crede fortemente nella Cinamerica, alla quale «non c’è alternativa», pur con le dovute avvertenze sull’uso e i malintesi pressoché inevitabili. Più cauto Fabio Mini riguardo a «Chimerica». Il nomignolo, scrive, «individua allo stesso tempo un’esigenza, una speranza e un incubo» e al dunque, date le caratteristiche delle due bestie che dovrebbero unirsi, potrebbe uscirne «un mostro instabile». Il generale, che disegna da stratega militare la portata planetaria di un intervento cinese che si spinge persino nei recessi geografici ignorati da tutti (ben oltre l’ Africa), ricorda che il percorso di avvicinamento tra Cina e Usa inizia davvero solo nel 1979, anno di inizio delle riforme di Deng. In quell’anno Pechino dichiara una guerra insensata (20mila morti in 17 giorni) al Vietnam, probabilmente «un segnale di amicizia» in chiave anti Urss rivolto a Washington, nell’anno in cui gli americani portano a compimento il percorso avviato da Nixon e Kissinger nel ‘72 e spostano da Taipei a Pechino la propria rappresentanza diplomatica. Pochi ammettono che è anche sotto questo segno che inizia la partnership del secolo.


LiMes non nega il carattere morboso di una relazione che la crisi globale, originata in parte da questa patologia, non ha, ancora, spezzato ma sembra scommettere sul suo rilancio sotto nuove forme. Meglio l’ottimismo che i tamburi di guerra preannunciati con regolarità dai media internazionali e dai think tank della destra. E tuttavia è vero che questa partnership modifica costantemente le proprie modalità, rendendo difficile definire fino in fondo a che cosa ci si trovi di fronte e soprattutto quali ne siano le prospettive future. Ciò non attiene tanto alle caratteristiche della superpotenza Usa, che ancora è capace di stupire il mondo per la sua capacità di reagire a se stessa, quando elegge un presidente come il nero Obama, ma che poi a se stessa resta uguale nelle componenti fondamentali, salvo poi meravigliarsi che la nuova Amministrazione non riesca a cambiare davvero le carte in tavola. Su questo aspetto del fenomeno Obama il numero di LiMes dedica due interessanti articoli.


Il vero busillis è invece proprio la Cina, il suo evolvere da Proteo dalle mille forme, ciascuna delle quali emerge a seconda delle circostanze e degli innumerevoli teatri del pianeta nei quali agisce, e che da questo intervento sono modificati. Uno dei frutti più grandi e nuovi di quell’89 che ha mandato all’aria schemi, divisioni di campo e interpretazioni da guerra fredda, gettando la geopolitica globale in uno stato costante di shock post traumatico. E non c’è solo il fatto, di per sé enorme, che «il socialismo con le caratteristiche cinesi» come dichiara all’Economist il professor Yan Xuetong della Tsinghua University di Pechino, «assomiglia sempre più al capitalismo americano». La costante mutazione cinese scatena continue dinamiche, all’interno del paese e nel resto del mondo, simile all’assestamento delle faglie smosse da un terremoto. Ed è del tutto evidente che se Pechino considera al momento quella con gli Usa la relazione più importante di tutto il suo scacchiere diplomatico, il suo attivismo globale, i suoi continui richiami a un cambiamento delle regole fanno pensare a una volontà precisa di allentare un abbraccio sempre più rischioso. E forse è proprio questo, oggi, il più grande timore di Washington.


Articolo pubblicato su il manifesto del 12 novembre 2009