Il suo lavoro

Riproponiamo attraverso questo sito i testi che Angela Pascucci scriveva per il manifesto, perché riteniamo che abbiano una diversa longevità rispetto ai classici articoli di giornale; tutti i pezzi che selezioneremo hanno un valore storico e documentaristico, e alcuni sono ad oggi perfettamente attuali, nonostante gli anni trascorsi dalla loro stesura.

Come una delle tante megalopoli cinesi, anche questo sito è un cantiere, un work in progress, sempre in fieri. Un piccolo cantiere di storia contemporanea. Vi pubblicheremo a cadenza quindicinale due o tre interventi di Angela, scelti in base al tema o al periodo in cui furono composti.

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Inoltre, tradurremo in inglese i testi che ci paiono più interessanti dal punto di vista storico, giornalistico e sinologico, in modo da renderli accessibili anche ai lettori non italiani.

Negli ultimi anni della sua vita Angela si era attivata per realizzare un blog, o un sito, che archiviasse tutto il suo lavoro, passato e futuro. La malattia non le ha permesso di andare oltre le prime fasi preliminari; ci proviamo noi, ora, convinti dell’assoluto valore della sua visione.

Il team che lavorerà a questo blog è composto da: Gaia Perini (Coordinatore), Federico Picerni (Ricercatore), Vincenzo Naso (Consulente), Giulia Dakli (web manager).

Dietro le quinte di una inchiesta operaia

Aggiornato il: 11 gen 2019


[di Gaia Perini, 2018] Uno su tre: questa era la media degli appuntamenti realmente ottenuti, dopo tanto bussare alle porte di intellettuali, attivisti, artisti, giornalisti e “nuovi operai” (ossia la manodopera migrante) che Angela cercava di intervistare. Io, la “fixer”, o “stringer” che dir si voglia, nonché interprete, avevo l’incarico di contattare le persone e persuaderle ad incontrarci. Uno su tre era il trofeo delle mie battute di caccia di cui Angela con me progettava ogni singola mossa; allora ci lamentavamo per quel 66% di colpi sparati a vuoto, ma con il senno di poi penso che ci andasse piuttosto grassa: oggi, in piena era di Xi, quale cinese parla volentieri e senza remore a un giornalista straniero? E che cosa gli dice, nel caso?


Di solito, quando via mail richiedevo un incontro, in poche parole spiegavo che cos’è “il manifesto”; citavo “Praga è sola”, almeno con quelli in grado di apprezzare la posizione comunista eterodossa; fornivo in anticipo l’elenco delle domande. Alcuni ambienti già allora erano più ostici di altri, alcune strade più impervie: ad esempio il milieu dell’attivismo operaio era pressoché impenetrabile, se non si poteva contare sull’aiuto di un insider fidato e capace di fidarsi di noi; persino un breve scambio di battute con un lavoratore migrante non era da dare per scontato. Ricordo ad esempio la difficoltà a fissare il colloquio con “la casa delle sorelle precarie”, un’organizzazione non governativa che offriva supporto legale e umano alle lavoratrici migranti giunte da poco a Pechino. Dovemmo insistere parecchio, perché – come capimmo dopo – le due donne che gestivano il centro si vergognavano del minuscolo ufficio (e già ufficio è un pomposo eufemismo), diciamo del loculo, in cui operavano con grande efficienza e assoluta dedizione alla causa. La loro inibizione nei confronti della giornalista straniera svaporò soltanto dopo aver chiarito che non ci interessava lo scoop, Angela non avrebbe fatto i loro nomi, ma era lì semplicemente per registrare e magari decifrare i fermenti sociali provenienti dal basso, dal cono d’ombra dello sviluppo cinese.

Ricordo anche l’intervista ad un mingong, un operaio edile venticinquenne approdato a Tongzhou dal profondo Shandong, che realizzammo soltanto grazie all’aiuto del mio amico artista Liao Bangming, il quale traduceva per me dal dialetto del ragazzo al putonghua (il cinese standard), affinché io poi traducessi per Angela dal cinese all’italiano. Ci incontrammo in una surreale mini-caffetteria ove si vendevano, oltre al caffé, degli abiti da donna di seconda mano abbastanza inguardabili; l’intervista, uscita nel 2007 su “il manifesto”, è stata poi inserita nel volume “Talkin’ China” (con il titolo “Mingong, i ‘paria’ del miracolo economico”).


Per questa puntata della nostra newsletter, abbiamo selezionato tre pezzi uniti dal fil rouge della questione del lavoro e della categoria sociale dei “nuovi operai”, come si fanno chiamare essi stessi (all’oggi quasi 300 milioni di individui), ma anche dai miei personali ricordi di quel che accadeva dietro le quinte di ogni colloquio. Il primo intervento è un omaggio ad un attivista che volle rimanere anonimo allora e anonimo merita di restare, perché possa portare avanti il suo lavoro di organizzazione degli operai dentro e fuori le fabbriche. Correva l’anno 2008 e fu un giovane e brillante economista di sinistra, ai tempi assunto come semplice contrattista presso una prestigiosa università di Pechino, che ci passò il contatto. Sempre lui ci combinò l’appuntamento all’interno del suo modesto appartamento da “maestro di fascia bassa” appena al di fuori del campus. Io e Angela, il docente di economia e Yan Yuanzhang – questo lo pseudonimo dell’attivista – entrammo e uscimmo da quella casa in tempi diversi, per non attirare l’attenzione della polizia. Ci ritrovammo poi seduti intorno al tavolino pieghevole da campeggio che arredava la sala da pranzo del nostro ospite e lì, nella penombra di quel tardo pomeriggio estivo, prese luce e forma l’analisi di Yan sull’intera classe lavoratrice cinese. 150 milioni di operai ancora ‘regolari’ (anche se non più tutelati come un tempo), 200 milioni di lavoratori fluttuanti e completamente in balia del precariato (i cosiddetti mingong), 40 milioni di disoccupati e arrabbiati (il gruppo più facilmente ‘infiammabile’, a suo dire) e svariati milioni di ex operai in pensione i quali si occuperebbero di trasmettere la coscienza di classe ‘vecchio stampo’ ai giovani. Su tutti costoro, comunque, secondo Yan si allungava (e tuttora si allunga) l’ombra del nemico, che altri non sarebbe che il governo: difatti, sosteneva, più di tutto i vertici del paese temono l’alleanza fra questi diversi strati della forza lavoro e in particolare temono il sodalizio fra intellettuali, studenti e maestranze, il ponte fra braccia e menti che invece è uno degli obiettivi primari per gli attivisti come Yan.


Poi, a distanza di pochi giorni, lo stesso concetto lo reitererà ad Angela Pan Yi, in cantonese Pun Ngai, attivista, docente universitaria a Hong Kong e Pechino, scrittrice, nonché anima della SACOM (Students and Scholars Against Corporate Misbehavior), di cui qui riportiamo un’intervista realizzata nel corso di una missione a Shenzhen. Per inciso, i libri di Pun Ngai sulla Foxconn e la Apple, sulla condizione delle donne nella fabbrica postfordista, sui “nuovi operai”, sono stati tradotti in molteplici lingue e tuttora fanno scuola (1).


Anche lei, come Yan Yuanzhang, rimarcava il valore strategico della cooperazione fra studenti e operai ed oggi più che mai ci paiono illuminanti, per non dire profetiche, le loro osservazioni, soprattutto se pensiamo alla recentissima repressione subita dai gruppi universitari di giovani marxisti, rei di aver varcato i cancelli della Jasic di Huizhou e di aver tentato di organizzare insieme agli operai una struttura sindacale alternativa. La studentessa Yue Xin, arrestata nell’agosto scorso e da allora scomparsa, è assurta a simbolo del movimento e a lei, infatti, è dedicata la campagna su wechat “in cerca della Luna” (ove il carattere di ‘luna’, yue, è omofono del cognome della ragazza). Non è difficile ipotizzare un legame fra i giovani marxisti ora oggetto di persecuzione e le organizzazioni quali la SACOM, la “Rete degli Operai” fondata da Yan od altre simili; ma quale che sia il loro nesso reale, in ogni caso, nel sottobosco della Cina contemporanea pare proprio che il vecchio ideale maoista dell’abolizione della differenza fra lavoro intellettuale e lavoro manuale sia rimasto operativo.


E altrettanto dicasi per la dicotomia fra teoria e prassi, al cui proposito mi sovviene un altro aneddoto legato alla figura di Pun Ngai. Durante un ciclo di lezioni tenute a Tsinghua da Toni Negri, all’affermazione di quest’ultimo che “il capitalismo nella fase attuale è ubiquitario, non esiste un ‘fuori’ del capitalismo”, lei prontamente rispose: “è possibilissimo che Lei abbia ragione, professore, ma io cosa racconto agli operai con cui lavoro e che devo motivare alla lotta? Che per loro non c’è margine di movimento?”, evidenziando così una discrepanza di vedute data non tanto dai concetti in sé, quanto dall’urgenza di una loro applicazione.


Infine, dopo l’intervista a Yan Yuanzhang a Pechino e alla missione a Shenzhen – due pezzi risalenti al 2008 – chiudiamo la nostra rassegna con un testo del 2010 che ritorna sul “luogo del delitto” (la Foxconn di Shenzhen, allora teatro di una catena di suicidi), passando per la Honda. Lo riproponiamo qui anche in chiave provocatoria, giacché, ad onta degli anni che ci separano da quella tragica vicenda, l’appello posto in apertura ci sembra assolutamente attuale e valido. Sulla Foxconn però non pretendiamo qui di esaurire il discorso: Angela ed io la visitammo di persona, non nel suo impianto principale a Shenzhen ma a Chongqing, come si vede dalla foto pubblicata qui sopra a latere. Il tema è ampio e richiede una trattazione a sé; questo che pubblichiamo ora è solo un primo capitolo.


Intanto, come sempre, buona lettura.


di Gaia Perini, 26 novembre 2018


(1) Per citare tre titoli (uno in inglese e due in italiano): Made in China. Women Factory Workers in a Global Workplace (Duke University Press, 2005); Morire per un iPhone (con: Jenny Chan, Mark Selden, Ferruccio Gambino; Jaca Book, 2015); Cina, la Società Armoniosa. Sfruttamento e Resistenza degli Operai Migranti (con Ferruccio Gambino; Jaca Book, 2012).