Il suo lavoro

Riproponiamo attraverso questo sito i testi che Angela Pascucci scriveva per il manifesto, perché riteniamo che abbiano una diversa longevità rispetto ai classici articoli di giornale; tutti i pezzi che selezioneremo hanno un valore storico e documentaristico, e alcuni sono ad oggi perfettamente attuali, nonostante gli anni trascorsi dalla loro stesura.

Come una delle tante megalopoli cinesi, anche questo sito è un cantiere, un work in progress, sempre in fieri. Un piccolo cantiere di storia contemporanea. Vi pubblicheremo a cadenza quindicinale due o tre interventi di Angela, scelti in base al tema o al periodo in cui furono composti.

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Inoltre, tradurremo in inglese i testi che ci paiono più interessanti dal punto di vista storico, giornalistico e sinologico, in modo da renderli accessibili anche ai lettori non italiani.

Negli ultimi anni della sua vita Angela si era attivata per realizzare un blog, o un sito, che archiviasse tutto il suo lavoro, passato e futuro. La malattia non le ha permesso di andare oltre le prime fasi preliminari; ci proviamo noi, ora, convinti dell’assoluto valore della sua visione.

Il team che lavorerà a questo blog è composto da: Gaia Perini (Coordinatore), Federico Picerni (Ricercatore), Vincenzo Naso (Consulente), Giulia Dakli (web manager).

"Workers" da "Potere e società in Cina" di Angela Pascucci

Aggiornato il: 11 gen 2019


[di Angela Pascucci, 2013] A Pechino gira una battuta: “il socialismo è sparito, sono rimaste le caratteristiche cinesi”. La vox populi ha già colto le contraddizioni del modello, anche perché mordono la sua pelle. I fermenti tuttavia si stanno propagando. Il China Workers Research, ad esempio, un sito internet con base a Pechino che raccoglie analisi, articoli, rapporti, contributi di accademici, studiosi e studenti sulla questione operaia in Cina.


Yan Yuanzhang, pseudonimo scelto da un ricercatore che incontriamo a Pechino in una casa prestata per l’occasione, ritiene che il sito sia troppo teorico e poco utile agli operai. Lui, che pure ci collabora, resta legato all’esperienza che l’ha preceduto, la «Rete per gli operai cinesi». Il sito era stato lanciato, non a caso, il primo maggio del 2005 da un gruppo di volontari tra loro amici e raccoglieva le petizioni, i reclami, le proteste che venivano ignorate dalle autorità. Ma anche storie di lotta e di resistenza. Si aprirono le cataratte, ricorda Yan. Molte denunce riguardavano episodi di corruzione nelle privatizzazioni delle imprese di stato. Tanto che in alcune province i governanti locali pensarono che il sito fosse stato aperto dal governo centrale. La «Rete» dava notizie anche degli scioperi europei, come quelli francesi, il che rese il gruppo ancora più inviso al governo. Furono chiusi d’autorità in 24 ore nel febbraio del 2006. Gli fu detto che stavano facendo perdere la faccia al partito. Quel giorno stesso Yan scrisse un editoriale «Addio, compagni lavoratori», promettendo di tornare. Per l’occasione hanno però venduto cara la pelle e, a ridosso del Congresso annuale del popolo di marzo, denunciarono alla stampa straniera la chiusura del sito, affermando che quello era il Congresso dei capitalisti e non del popolo.


Il sito che è tornato però non soddisfa Yan Yuanzhang perché non è più un luogo di movimento sociale, di conflitto, ma solo di riflessione. Così preferisce lavorare al rafforzamento di una rete di volontari composta da studenti e intellettuali che fanno inchiesta, informale, nelle fabbriche statali attraverso una rete operaia. Come la Sacom di Hong Kong. Le imprese pubbliche nazionali sono le migliori, racconta Yan, perché lì c’è ancora una classe operaia strutturata, che è più facile sensibilizzare. Da lì vengono soprattutto denunce di corruzione. Le problematiche delle imprese private riguardano invece lo sfruttamento brutale di mingong, migranti che, a suo dire, non offrono possibilità di sensibilizzazione perché dispersi e all’inseguimento del salario, non di un progetto politico. Anche se non è illegale, è un lavoro rischioso quello che fanno perché, non esita a dire, «il principale nemico della classe operaia è il governo» che teme molto un’alleanza fra intellettuali, studenti e lavoratori. Quanto a lui, la polizia lo controlla e lo convoca almeno quattro volte l’anno quando ci sono ricorrenze canoniche. Ogni tanto gli mettono spie alle calcagna.


La condizione della classe operaia, dice, è come il lavoro ad una macina, il cui perno è fuori del controllo, e della consapevolezza, di chi la fa girare. Solo chi è fuori dal meccanismo può aiutare a spezzarlo. Ma è molto difficile. Anche se, a suo dire, la coscienza politica è nettamente cresciuta rispetto a dieci anni fa: a causa del peggioramento delle condizioni di vita, che non assicurano più neppure la sopravvivenza, e per il fatto che la storia cinese moderna è legata al socialismo. Il capitalismo dominante, che tratta gli esseri umani come bestie, rinfocola la voglia di cambiamento. La retorica sul sistema finto-socialista che investe la gente attraverso i media tampona le contraddizioni. Ma fino a quando? Yan definisce «delirante» la cultura di Deng che si è rivolto alla classe operaia per dirle: voi siete la classe avanzata, il nerbo della nazione, e voi dovete dare un contributo decisivo alla riforma sacrificandovi per il paese. Il contributo era la rinuncia ai diritti e ai benefici di una volta e la disponibilità a farsi sfruttare.


L’epoca d’oro di Deng però è agli sgoccioli, argomenta Yan, che abbozza uno schema della classe operaia cinese per far capire quanto fluido, e infiammabile, sia questo insieme. La divisione principale è tra vecchi e giovani. Dei primi, non meno di 150 milioni di lavoratori si dividono tra imprese di stato, piuttosto stabili, e nuove realtà produttive nate dalla riforma, dove il modello salariale è flessibile e la pensione incerta. La prima fascia ha forte coscienza politica, la seconda crede nelle riforme ma comincia ad essere insoddisfatta. Poi ci sono 40 milioni fra disoccupati, sotto occupati e precari. Vivono in una giungla, senza contratti, senza futuro, senza pensione, E’ il gruppo più reattivo, quello degli incidenti di massa e delle rivolte. Ma il governo non lo teme perché è fatto di grani di sabbia dispersi, quindi pensa che non potrà mai organizzarsi. Infine arrivano i 20/30 milioni di pensionati, vera e propria memoria storica di un eventuale movimento operaio.


I giovani si spartiscono tra mingong e studenti. I primi sono 200 milioni di migranti ipersfruttati ma non sradicati, avendo ancora la terra a cui tornare. Un gruppo sociale il cui mutamento è appena iniziato e che solo ora comincia a riflettere su stesso. Il nuovo proletariato però, afferma Yan, saranno gli studenti che ancora non hanno capito cosa li aspetta, dopo l’università. Secondo il ricercatore non riusciranno a trovare un lavoro all’altezza dei loro studi e delle loro aspettative. E la cosa non gli piacerà. Un futuro migliore, argomenta Yan sulla base di questa analisi, sarà possibile se ci sarà una cerniera tra la memoria e la coscienza dei vecchi e la delusione dei giovani. La situazione mondiale, con la crisi economica e le guerre, farà il resto. Ma socialismo, comunismo, non sono termini screditati? Non è vero, argomenta Yan. Dal basso si continua a chiederli. La gente continua talmente e crederci, dice, che il Partito non può abbandonarli e per rassicurare i capitalisti deve aggiungere la dizione “con caratteristiche cinesi”. Ma il socialismo resta quello che era. E prima o poi qualcuno lo reclamerà.


Uscito su Potere e società in Cina. Storie di resistenza nella grande trasformazione, Edizioni dell'Asino, 2013 (capitolo "Il principale nemico della classe operaia").